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Icone Pasquali

 

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Icona del Figlio
cm 65x85

Icona del Padre
cm 70x90

Dolor
cm 60x80

Gruppo sotto la Luna
cm 46x66
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Agnus Dei
cm 56x66

Crux
cm 49x54

Il Corpo Assente
cm 74x84
Il Pianto
cm 60x70
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La Presenza
cm 80x85
Luce
cm 50x70
Resurrexit !
cm 38x66
Pagina triste
cm 75x95
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Pietà Mediterranea
cm 68,5x78,5
Notturno di Passione
cm 76x86
Resurrezione Mediterranea
cm 98x98
Deposto
cm 73x85

 

IL NITORE DELLA SPERANZA

Il segno chiaro, traslucido, colpito da una luce radente, è la cifra migliore attraverso la quale Salvatore Caputo si esprime in quest’ultimo decennio di lavoro creativo. La sua è una vocazione alimentata, non a caso, da un costante impegno, votato al ritorno, e con iterativa efficacia, nella enclave della pittura. Ritorno nel senso più completo del termine: per quel volere, a tutti i costi, rappresentare ciò che è nascosto tra le pieghe più intime della propria memoria visiva.
Questo suo bagaglio, sorpreso da una religiosa pregnanza, non scevro da una antropologica suggestione, è soprattutto, sommosso da una vivida certezza di poesia. La luce, si diceva, indica a questa sua espressione il percorso e il bersaglio. L’obiettivo sempre definito, non privo di una connaturata eticità, si dimostra capace di una efficacia pittorica e simbolica sospinta dalla costanza del suo dettato poetico.
Già la ricerca della luce era stata il primo esempio di una analisi articolata nel sacro recinto della Natività (Recinti di luce, Cattedrale di Palermo, 1994). Oggi, il tracciato - calato in una tenace ed opportuna continuità del racconto - si pone sul diorama della "Resurrezione", colpito dall’abbaglio di un evento che sovverte il dato reale in soprannaturale, quindi in immortale e divino. Una sorta di laica santità avvolge le tecniche miste e gli olii di Salvatore Caputo; dimodocché in essa possano convergere frammenti di vita, esiti di culture diverse ma necessarie le une alle altre, infinitesime particelle di esperienze, tutti naviganti nell’acquiescenza di un momento costruito dell’illuminante vocazione all’altro, sospinto verso tutto ciò che si attesta "fuori da sé". Al cerchio luminoso si aprono, così, immagini divine rese diafane dal lattescente candore lunare (Gruppo sotto la luna; Il pianto), immerse nella protezione di un guscio selenico; non altro che il riflesso notturno del volto della Madre. Madre della terra, Madre del cielo, Madre della Passione. È su di Lei che viene a concentrarsi molta tessitura figurativa di Caputo (Crux, Pietà mediterranea, Pagina triste). Una maglia, dove al dolore per il tormento subito dal figlio di Dio, si oppone il nitore della speranza offerta, come terso cielo mediterraneo, dai cumuli spazzati dai venti o dal verdissimo rifiorire di erbe. Anche nel racconto dei fatti più struggenti si può imboccare una traccia che conduca all’orizzonte; quasi una plica vegetale mossa appena dallo zefiro, mentre il cupo annottare del dolore preannuncia il fervore nel miracolo della trascendenza. Ma il marchio della folgore sa imporsi per la sua azione disgregante e ricomponente sugli effetti cromatici. Ne il Corpo assente questa frammentazione del dato compositivo, pur regolato da masse statiche poste ai lati dell’impianto centrale (le figure attorno al sarcofago vuoto), si ricompone in un dinamismo filtrato da atmosfere luminescenti, pulviscolari, assorte in groviglio di nubi, attonite per l’affiorare, da questo, del sacro corpo redento. Un corpo tracciato da linee ben marcate, che si staglia dal cupo tenebrore delle notti (Luce) e dove la sua essenza è la sua trasparenza, il suo non dire - come per la parola poetica - è la sua sospensione corporea, ritaglio di uno spazio temporale rinnegato e poi santificato. La "imago" del Cristo risorto può anche trasformarsi in tripudio di colori, incrocio di sensazioni pigmentarie e percettive. Nella sua apparenza descrittiva, come in Resurrezione mediterranea, i frammenti geografici: dal Monte Pellegrino (che ritorna come simbolo nel Notturno di passione) alle necropoli dell’entroterra siciliano, alla flora dei Nèbrodi, si offrono quale metafora della compenetrazione del dato santo nella perenne, ineluttabile, presenza, di Dio. Si contrappongono, alla limpidezza solare delle immagini, le visioni permeate da un’oscura inquietudine: una maglia di drammatica, dolente, lacerazione delle certezze. In Deposto la tensione si condensa in quei traccianti fascicolari, disposti di fronte al taglio lacerante e solitario dell’asse della Croce; il giallo sieroso che affiora, vibrante e tenue, quasi gemizio del mondo, trama lo spazio inferiore della tela, la sua base di concluso dolore. Le icone del Padre e del Figlio (che danno titolo a due opere esemplari, raccordabili a quella distante icona del Figlio di gusto informale - Cristo, 1962 - che data il lontano percorso di questo artista) fino al compatto e non mutevole nucleo della dolorabilità (Dolor), ritornano, infine, alla visione consistente della luce (La presenza), fatta di esprit divino, natura, figli e oggetti di Dio. Un Dio, un mistero, che accoglie anche la fragranza di un segnale dal sapore popolare (Resurrexit! Agnus Dei) sostanziata nel bianco corrusco dell’agnello posto sulla trina di carta; labile merletto che accoglie il confettino lucente o il vapore multicolore della "diavolina". Trasporta con sé il profumo sottile dei dolci pasquali: la pizza cull’ova è di Collesano, il panare di Piana degli Albanesi, il cannateddru di Pantelleria su cui sembra essersi versato un flebile vento islamico, gli zoomorfi cannatuni del Belice, i varati di Caronia, i cuddura di Castell’Umberto, di Ucrìa o quel pane pasquale di Librizzi (cuddura ccull’ovu) che s’avvicina ad una scultura (manufatto) di fattezza iperreale, (un canzoniere etnogastronomico, questo, rintracciabile in quell’affascinante saggio di geografia linguistica e etnografica, I Pani di Pasqua in Sicilia di Giovanni Ruffino, 1995). Esso è ancora l’occhio di Dio, l’onnipresente; sembra scrutare, nella sua eterea fierezza, il cielo reso ormai libero da ogni fragore di morte.
Palermo, marzo 1996

Aldo Gerbino

 

 

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Salvatore Caputo

 

 

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