IL NITORE DELLA
SPERANZA
Il segno chiaro, traslucido, colpito da una luce radente, è la cifra
migliore attraverso la quale Salvatore Caputo si esprime in questultimo decennio di
lavoro creativo. La sua è una vocazione alimentata, non a caso, da un costante impegno,
votato al ritorno, e con iterativa efficacia, nella enclave della pittura. Ritorno nel
senso più completo del termine: per quel volere, a tutti i costi, rappresentare ciò che
è nascosto tra le pieghe più intime della propria memoria visiva.
Questo suo bagaglio, sorpreso da una religiosa pregnanza, non scevro da una antropologica
suggestione, è soprattutto, sommosso da una vivida certezza di poesia. La luce, si
diceva, indica a questa sua espressione il percorso e il bersaglio. Lobiettivo
sempre definito, non privo di una connaturata eticità, si dimostra capace di una
efficacia pittorica e simbolica sospinta dalla costanza del suo dettato poetico.
Già la ricerca della luce era stata il primo esempio di una analisi articolata nel sacro
recinto della Natività (Recinti di luce, Cattedrale di Palermo, 1994). Oggi, il
tracciato - calato in una tenace ed opportuna continuità del racconto - si pone sul
diorama della "Resurrezione", colpito dallabbaglio di un evento che
sovverte il dato reale in soprannaturale, quindi in immortale e divino. Una sorta di laica
santità avvolge le tecniche miste e gli olii di Salvatore Caputo; dimodocché in essa
possano convergere frammenti di vita, esiti di culture diverse ma necessarie le une alle
altre, infinitesime particelle di esperienze, tutti naviganti nellacquiescenza di un
momento costruito dellilluminante vocazione allaltro, sospinto verso
tutto ciò che si attesta "fuori da sé". Al cerchio luminoso si aprono, così,
immagini divine rese diafane dal lattescente candore lunare (Gruppo sotto la luna; Il
pianto), immerse nella protezione di un guscio selenico; non altro che il riflesso
notturno del volto della Madre. Madre della terra, Madre del cielo, Madre della Passione.
È su di Lei che viene a concentrarsi molta tessitura figurativa di Caputo (Crux,
Pietà mediterranea, Pagina triste). Una maglia, dove al dolore per il tormento
subito dal figlio di Dio, si oppone il nitore della speranza offerta, come terso cielo
mediterraneo, dai cumuli spazzati dai venti o dal verdissimo rifiorire di erbe. Anche nel
racconto dei fatti più struggenti si può imboccare una traccia che conduca
allorizzonte; quasi una plica vegetale mossa appena dallo zefiro, mentre il cupo
annottare del dolore preannuncia il fervore nel miracolo della trascendenza. Ma il marchio
della folgore sa imporsi per la sua azione disgregante e ricomponente sugli effetti
cromatici. Ne il Corpo assente questa frammentazione del dato compositivo,
pur regolato da masse statiche poste ai lati dellimpianto centrale (le figure
attorno al sarcofago vuoto), si ricompone in un dinamismo filtrato da atmosfere
luminescenti, pulviscolari, assorte in groviglio di nubi, attonite per laffiorare,
da questo, del sacro corpo redento. Un corpo tracciato da linee ben marcate, che si
staglia dal cupo tenebrore delle notti (Luce) e dove la sua essenza è la sua
trasparenza, il suo non dire - come per la parola poetica - è la sua sospensione
corporea, ritaglio di uno spazio temporale rinnegato e poi santificato. La
"imago" del Cristo risorto può anche trasformarsi in tripudio di colori,
incrocio di sensazioni pigmentarie e percettive. Nella sua apparenza descrittiva, come in Resurrezione
mediterranea, i frammenti geografici: dal Monte Pellegrino (che ritorna come simbolo
nel Notturno di passione) alle necropoli dellentroterra siciliano, alla flora
dei Nèbrodi, si offrono quale metafora della compenetrazione del dato santo nella
perenne, ineluttabile, presenza, di Dio. Si contrappongono, alla limpidezza solare delle
immagini, le visioni permeate da unoscura inquietudine: una maglia di drammatica,
dolente, lacerazione delle certezze. In Deposto la tensione si condensa in quei
traccianti fascicolari, disposti di fronte al taglio lacerante e solitario dellasse
della Croce; il giallo sieroso che affiora, vibrante e tenue, quasi gemizio del mondo,
trama lo spazio inferiore della tela, la sua base di concluso dolore. Le icone del Padre e
del Figlio (che danno titolo a due opere esemplari, raccordabili a quella distante icona
del Figlio di gusto informale - Cristo, 1962 - che data il lontano percorso di
questo artista) fino al compatto e non mutevole nucleo della dolorabilità (Dolor),
ritornano, infine, alla visione consistente della luce (La presenza), fatta di esprit
divino, natura, figli e oggetti di Dio. Un Dio, un mistero, che accoglie anche la
fragranza di un segnale dal sapore popolare (Resurrexit! Agnus Dei) sostanziata nel
bianco corrusco dellagnello posto sulla trina di carta; labile merletto che accoglie
il confettino lucente o il vapore multicolore della "diavolina". Trasporta con
sé il profumo sottile dei dolci pasquali: la pizza cullova è di Collesano,
il panare di Piana degli Albanesi, il cannateddru di Pantelleria su cui
sembra essersi versato un flebile vento islamico, gli zoomorfi cannatuni del
Belice, i varati di Caronia, i cuddura di CastellUmberto, di Ucrìa o
quel pane pasquale di Librizzi (cuddura ccullovu) che savvicina ad una
scultura (manufatto) di fattezza iperreale, (un canzoniere etnogastronomico, questo,
rintracciabile in quellaffascinante saggio di geografia linguistica e etnografica, I
Pani di Pasqua in Sicilia di Giovanni Ruffino, 1995). Esso è ancora locchio di
Dio, lonnipresente; sembra scrutare, nella sua eterea fierezza, il cielo reso ormai
libero da ogni fragore di morte.
Palermo, marzo 1996
Aldo Gerbino |